Continuando la serie di profili individuali legati alle attività antiche e nuove della rubrica Arti e Mestieri di Telgate, esaminiamo una figura legata al settore primario della economia locale diffusa, lo scorso secolo, nella totalità del panorama bergamasco: l'agricoltura.

La redazione del bollettino             



Quanti di noi, oggigiorno, saprebbero comprendere il gergo parlato in dialetto bergamasco da un vecchio contadino, di quasi un secolo fa, senza rischio di fraintendere qualche lessico o parole tipiche del tempo che fu?
Chi sa cosa significano le parole "coti", "pertica", "spigolare"; oppure quale è la differenza tra un bue ed un toro, e quella tra un gallo ed un cappone?
E ancora, quanti giorni e quante notti occorrono per la formazione del bozzolo da parte del baco da seta? Distinguereste un gelso da un olmo? Una quercia da un ippocastano? Quante "staia" occorrono per fare una "soma" di grano?
Si potrebbe continuare a lungo la serie di domande sulla cultura contadina, che almeno fino ad una trentina di anni fa era ancora abbastanza diffusa nei nostri paesi; grazie anche alla presenza di numerosi nonni che insegnavano ai nipoti quei termini e quelle abitudini proprie della vita di campagna, trasmettendo loro un sapere ed un modo di vita assai più unici che rari. Rappresentanti esemplari di una delle tante famiglie d'agricoltori, erano i fratelli Brevi Umberto ed Angelo, ai quali facevano capo rispettivamente una lunghissima serie di figli e nipoti, proprio come dovevano essere le famiglie patriarcali d'antico stampo.
Questi due fratelli erano indicati, come quasi tutti i capostipiti delle famiglie telgatesi, con un soprannome: "murì". Lo pseudonimo, lungi dall'essere un segno dispregiativo, era un formidabile riferimento per della gente come la nostra, poco alfabetizzata e poco incline ad usi e costumanze diversi da una solida e collaudata tradizione. Il paese stesso, strutturato in corti ed aie, era suddiviso in luoghi che richiamavano le famiglie ed il parentado affine: löc di mafè, löc di àbeii, löc di tòni, löc di bàlinee, löc di murì. löc di tàele, per citarne i più noti.
A Brevi Angelo, che è vissuto fino alla bellezza di oltre novant'anni, e che è stato, fra l'altro il primo sindaco di Telgate dopo la Liberazione, dedicheremo come redazione, una futura puntata.
Oggi prenderemo in considerazione Umberto, il maggiore dei due fratelli. Egli disponeva al pari del fratello di vaste estensioni di terreno coltivo, sia in Telgate sia nel confinante paese di Grumello del monte. Campi coltivati di persona insieme ai figli Giuseppe, Andrea (ministro) e Franco (chicco), questi ultimi due tuttora viventi mentre il primo, caduto nell'ultimo conflitto mondiale, è forse più conosciuto per l'intestazione di cui si è fregiata la locale sezione di Bersaglieri.
Collegata alla tradizionale attività d'agricoltore, il murì aveva quella non comune di "massaro" ovvero quella d'ostetrico delle bestie. Questa mansione era molto delicata, poiché nel mondo contadino si era piuttosto restii a chiamare il medico per le persone ammalate, e tanto meno il veterinario per gli animali della stalla. Anche e soprattutto perché i soldi scarseggiavano, sostituivano il veterinario quei contadini che avevano acquisito il mestiere lungo gli anni. Dunque, I`Umberto murì" a Telgate ed anche di fuori, era giustamente apprezzato come factotum, godeva fra l'altro della stima dei veterinari, che lo tenevano nella massima considerazione, meritandosi per via della pratica nella professione, l'epiteto di: "murì dutur".
È risaputo che una cavalla, riesce a partorire il puledro senza aiuto alcuno, viceversa impossibile per un bovino. Nella stalla, ove stava per nascere un vitellino, se non c'era il veterinario, doveva esserci quantomeno l'Umberto Brevi.
Se poi capitava che una mucca avesse brucato erba umida ed avesse conseguenti problemi al rumine, il "murì" dopo aver individuato il tipo giusto di antidoto, somministrava alla povera bestia dolorante la pozione adatta alla bisogna, che lui solo conosceva, risolvendo il caso in brevissimo tempo.
Altra incombenza cui era chiamato, che i veterinari del tempo disdegnavano con malcelato disagio, era la sterilizzazione degli animali maschi.
Questa crudele ma quanto mai necessaria operazione, era indispensabile nella zootecnia. In un allevamento, di tori da riproduzione ne serve uno solamente, mentre di buoi, in carenza quasi assoluta di trattori, ne servivano parecchi. Lo stesso dicasi per uno stallone (settore equino), per un verro (settore suino). Nei pollai è proverbiale il fatto che debba esserci un solo gallo, per cui tutti i rimanenti maschi, erano destinati a trasformarsi in semplici (ma grassi) capponi.
Un mestiere mirabilmente descritto nel film l'Albero degli zoccoli, è senza dubbio la macellazione del suino ingrassato. Avveniva sotto il portico dell'aia, con un cerimoniale fisso.


Per prima cosa, scaldare nella grossa pignatta l'acqua bollente che avrebbe disinfettato tutto il corpo della povera bestia appena dissanguata. Per finire con la consegna della vescica gonfiata a mo' di pallone ai ragazzi per farli giocare nel cortile.
Il norcino sovrintendeva a tutte le varie operazioni successive: dalla sezionatura con affilati coltelli alla confezione di cotechini, salami, pancette, prosciutti, e tutto quel ben di Dio che ne seguiva. Una vera e propria arte perpetuata nel modo agrario da numerosi contadini a Telgate e nel circondario.
Questo mestiere, dobbiamo rilevarlo, è stato peculiare prima per suo figlio Franco e poi per il nipote Giuseppe, che ancora oggi nei mesi invernali, sono chiamati a macellare i numerosi maiali, allevati tuttora da alcuni contadini.
Cosa dire ancora del vecchio Umberto murì? Il ricordo personale di chi scrive è legato ad una gelida notte di febbraio del 1956, quando i rintocchi della campana a martello svegliarono il paese di Telgate per un grosso incendio nella sua stalla e nella sua casa di via Leone XIII. Lo spavento provato per quelle fiamme, i pompieri accorsi e il lugubre ululato della sirena sulla torre di Palazzolo, le bestie scappate e ritrovate fino su alla Passerera. Solo il suo asino (i murì ne hanno sempre tenuto uno) continuando a ragliare in tutto quel chiasso non si turbò più di tanto, e seguitò a brucare lento e serio.



Il cronista parrocchiale

(dall’inserto dell’Angelo in Famiglia n.8 di ottobre 2005)